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Shenzen, dove la Cina tenta di diventare la nuova Silicon Valley

Dal 1971, anno in cui per la prima volta è stato coniato il nome corrente dal giornalista Don C.Hoefler, la cosiddetta “valle del silicio” è stata il paradiso mondiale per innovatori, startup ed industrie pronte a lanciarsi sul mercato tecnologico, in primis come fabbricanti di semiconduttori e di microchip, e a seguire per produttori di software e fornitori di servizi di rete attratti dalle caratteristiche peculiari della “Bay area” che si trova nella parte meridionale dell’area metropolitana della Baia di San Francisco. La Silicon Valley, diventata quasi un luogo mitologico di culto, ha visto crescere esponenzialmente fin dal 1939, anno di fondazione dell’ Hewlett-Packard, prima grande azienda di elettronica civile a stabilirsi nell’area, il numero di aziende ad alta tecnologia che hanno deciso di creare il loro quartiere generale in questa mitica parte d’America: Apple, Amazon, Cisco, Ebay, Facebook, Google, Intel, Microsoft, Netflix, Paypal, Samsung, Yahoo, solo per citarne le principali. Per decenni la Silicon valley è stata il posto dove le idee, specie se innovative, diventavano realtà: con un livello di disoccupazione minore del 15%, qui chiunque abbia competenze, passione e voglia di fare, ha buone possibilità di trovare un lavoro adeguato. L’ossessione per i grandi manager è di puntare alla gente giovane e volenterosa, ma soprattutto alle grandi idee che potrebbero diventare il business del futuro. Il dinamismo qui, più che in altre parti del mondo, inutile citare la situazione italiana che tutti un po’ conosciamo, è un valore aggiunto tra i più importanti. E mentre in America per questo 2017 si punta molto alle tecnologie legate alla Realtà Virtuale e alla Realtà Aumentata, all’avvento della Smart Home, alle Intelligenze Artificiali ancora più evolute, all’Internet delle Cose e a molte altre scommesse che potrebbero decretare il prodotto o l’idea del futuro, l’altra parte del mondo non sta a guardare con le mani in mano.

Trentasei anni, questo il tempo che c’è voluto per far diventare un villaggio di pescatori immerso dentro la natura una megalopoli da più di 10 milioni di abitanti, fatta di grattacieli altissimi e di uno skyline in continuo mutamento, capace di produrre da sola il 30% del PIL nazionale cinese. A più di diecimila chilometri di distanza dalla California così “Shenzen", nel sud della Cina, sfida l’America per salire al primo posto nel business delle telecomunicazioni. Le distanze con la Silicon Valley, grazie al supporto della Repubblica Popolare Cinese su sovvenzioni e prestiti, oggi si accorciano sempre di più. Trentasei anni, il periodo in cui il PIL medio di Shenzen è cresciuto con un tasso medio annuo del 22%, una cifra quasi impossibile da immaginare, specie se come me aveste visto le foto di quel piccolo villaggio di pescatori scattate nel 1980. Un boom che si è verificato non solo, però , grazie al supporto dello stato cinese, ma anche alle tante aziende statunitensi che su quel territorio hanno puntato negli anni per delocalizzare, ovviamente con spese minori rispetto al suolo americano, la produzione hardware. All’inizio degli anni ottanta, come accennato, sono arrivati, quindi, i primi investimenti stranieri spinti dalle condizioni fiscali favorevoli offerte dal governo. Investire subito e regolamentare successivamente è stato il motto della città, infatti, che ha giustificato solo a posteriori l’immane ingresso di fondi internazionali grazie ad un quadro giuridico costruito ad hoc.

Shenzhen, città industriale nella provincia meridionale di Guangdong, può essere definita oggi senza dubbio la Cupertino cinese. Anche perché, dopotutto, tutti gli iPhone della “mela” vengono costruiti qui, nella gigantesca azienda chiamata “Foxconn” che dà lavoro a più di un milione di lavoratori a suon di tablet e smartphone costruiti con tecniche avanzatissime a fronte di una manodopera sicuramente “conveniente”, ma non per questo di scarsa qualità. Leggi differenti o anche la mancanza di una regolamentazione precisa sui diritti dei lavoratori permettono a queste grandi aziende di “ottimizzare” il lavoro a fronte di turni lunghi, ripetitivi e massacranti. Da quello che rivelano i racconti di certi ex operai le condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi non sono delle migliori, anzi, tutto si riduce magari in un turno di 12 ore a compiere lo stesso movimento meccanico di inserimento di una vite nella parte posteriore di uno smartphone per circa 1800 volte al giorno, con poche pause e il controllo assoluto sulla catena di montaggio così da rimproverare i lavoratori poco efficienti togliendo denaro dallo stipendio. Triste sentire che il bene dei lavoratori probabilmente viene subordinato alla produzione industriale, sicuramente sono notizie che non sorprendono, ma che continuano a fare male.

Anche il terzo produttore di smartphone al mondo dopo Apple e Samsung ha il suo quartiere generale qui e prodotti sempre più venduti anche in Italia arrivano da noi con il marchio “Huawei”. Una città nella città, praticamente, dove lavorano e vivono dentro 3200 appartamenti circa 50 mila persone. Un’azienda in crescita capace non solo di seguire le altre aziende leader del settore, ma anche di impegnare parte del proprio fatturato nel campo della Ricerca e Sviluppo con cifre ragguardevoli ( il 10% del proprio fatturato annuale va a questa divisione di fronte ad un 3,5% nel caso di Apple nella stessa divisione, per esempio) con l’obiettivo di passare da semplici produttori ad innovatori mondiali; e qui basta leggere i dati aggiornati riguardanti l’incremento esponenziale dei brevetti in ambito tecnologico registrati in Cina a partire dagli anni 2000 per capire quanto ormai la grande Repubblica Popolare Cinese si appresti ad insidiare l’America in questa particolare classifica. Un obiettivo portato avanti anche grazie all’importanza data alla formazione dei lavoratori nel settore hi-tech: Huawei per esempio ha lanciato il programma “0” per offrire corsi di alta formazione a circa duemila studenti europei nei prossimi cinque anni.

Modernità ed innovazione si incontrano così a Shenzen, nella città che da sola riprende molte delle sfaccettature e delle contraddizioni della Repubblica Popolare Cinese, dove prende forma il futuro in una città in divenire sospesa tra un passato rurale e un presente in cui il mantra è il consumo e l’obiettivo crescere e dominare il mercato.

Gianluca Cimini

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