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Inizia l’era del riciclo spaziale, il lancio di Space X è stato un successo

Florida, 30 marzo 2017, 23:27 ora italiana, Kennedy Space Center. Quel genio istrionico e visionario di Elon Musk non smette di far parlare di sé dando inizio in un colpo solo all’era del “riciclo spaziale”. La Space X, l’azienda spaziale privata di Musk, per la prima volta al mondo, ha, infatti, fatto decollare con successo, come se fosse un normale aeromobile, un razzo spaziale “di seconda mano”: il Falcon 9 portandolo nuovamente nello spazio. Perché nuovamente? perché quel razzo era già stato utilizzato per un volo spaziale e il risultato storico raggiunto con successo apre uno scenario nuovo per l’esplorazione spaziale nel quale, negli anni a venire, si potranno abbattere i costi dei futuri progetti grazie all’utilizzo di razzi che avevano già compiuto la loro missione spaziale iniziale. Dopo 11 mesi dalla sua ultima missione, quindi, il Falcon 9 ritorna in orbita, operativo al momento in cui vi scrivo, un satellite per Tlc della società lussemburghese Ses sta orbitando sopra l’equatore trasmettendo segnali televisivi verso l’America meridionale grazie al modulo “riciclato” di Space X. Con queste parole Elon Musk apre effettivamente l’era del riciclo spaziale: “Penso sia un giorno importante nella storia delle missioni spaziali. È possibile far volare più volte un lanciatore orbitale, che è la parte più costosa del razzo. Un risultato che costituisce, auspicabilmente, una grande rivoluzione per il volo spaziale”.

Per la precisione non tutto il Falcon 9 originale sta volando sopra di noi, ma una grande parte di esso: i motori sono rimasti gli stessi, ma ogni componente ausiliario per il quale sussisteva anche il minimo dubbio in fatto di sicurezza, assicura Musk, è stato sostituito. Il primo stadio del razzo era già stato utilizzato in una precedente missione lo scorso aprile e poi recuperato grazie al sistema di atterraggio controllato. Il primo stadio, alto 41 metri, si è sganciato dal resto del lanciatore 2 minuti e 41 secondi dopo il decollo, prima di iniziare una discesa controllata con i retro-razzi per adagiarsi dolcemente su una piattaforma galleggiante sull'Oceano Atlantico, 8 minuti e 32 secondi dopo il lancio. La possibilità di riutilizzare i propri razzi è sempre stata una priorità per SpaceX, per ridurre sensibilmente i costi di ogni missione, offrire prezzi più bassi alle aziende che vogliono portare in orbita i loro satelliti e rendere più frequenti i lanci. L’obiettivo, ora, per l’azienda privata è quello di aumentare il più possibile la velocità di riciclo e minimizzare il numero di pezzi da sostituire completamente così da riuscire ad abbattere ancora di più i costi per i futuri progetti spaziali, in programma solo per quest’anno, infatti, ci sono altri sei razzi da lanciare. E l’obiettivo è quello di arrivare un giorno a creare razzi in grado di essere utilizzati e riutilizzati il più velocemente possibile e con una manutenzione minima in grado di eliminare la sostituzione di alcun pezzo e di rendere i razzi così veloci ed efficienti da essere utilizzati e lanciati in poco meno di 24 ore. Praticamente come un aereo qualsiasi.

La maggior parte dei lanciatori spaziali (come quello di SpaceX) è formata da alcuni cilindri uniti tra loro, i diversi “stadi”: ognuno è dotato di motori e carburante per spingere il razzo e fargli vincere la forza di gravità terrestre; quando il primo stadio termina il suo compito, si stacca e si attiva il secondo stadio e così via. Nel caso del Falcon 9 due sono gli stadi utilizzati: il primo, formato da 9 motori Merlin ed in grado di produrre una spinta pari a quella di cinque Boeing 747 sommati insieme, era stato usato nel lancio dell'aprile 2016 della capsula Dragon verso la Stazione Spaziale Internazionale, in una missione di rifornimento, ed era stato recuperato dopo l'atterraggio sulla terra; nel secondo stadio troviamo, invece, un solo motore che si attiva quando ormai il razzo ha superato l’atmosfera terrestre e serve a dargli la spinta giusta per posizionarlo nell’orbita stabilita. Fino ad oggi, però, questi “stadi” una volta che finivano la loro funzione tendevano a tornare verso la Terra disintegrandosi a causa dell’atmosfera e mandando in cenere così anche motori e tecnologia che valgono alcune centinaia di milioni di dollari per ogni lancio effettuato. Di solito per il trasporto in orbita di un satellite SpaceX chiede come cifra di partenza 60 milioni di dollari, una volta che entrerà a pieno regime il sistema di riutilizzo dei razzi, il prezzo calerà, secondo le previsioni dell’azienda, di circa il 30 per cento. Complessivamente, SpaceX ha finora effettuato 14 tentativi di recupero dei propri lanciatori dopo aver rilasciato il carico utile, di essi nove andati a buon fine, compreso quello appena effettuato, non sono tutti, ma la media è alta, considerato che parliamo di un progetto sperimentale.

Space X è entrata così nella storia per essere stata la prima azienda al mondo, quando tutti dicevano che sarebbe stato impossibile, ad avere portato a termine con successo la consegna di un satellite in orbita geostazionaria con un razzo riutilizzato (il primo stadio), atterrando in verticale per la seconda volta sulla piattaforma galleggiante. L’impresa di Space X non vuole essere la conclusione di un progetto lungo e pieno di difficoltà durato 15 anni ma, piuttosto, l’inizio di una nuova era. La sfida per il futuro è quella, infatti, grazie al notevole abbattimento dei costi, di far diventare ordinari i lanci spaziali, gli atterraggi e le ripartenze dei razzi, a costi inferiori e con tempi molto ristretti rispetto a quelli che sono stati fino ad oggi gli standard della materia. Considerando che i prossimi progetti di Musk si basano su una missione privata intorno alla Luna per due suoi clienti ed un piano a lungo termine molto ambizioso e controverso per colonizzare Marte, non passerà molto prima che il visionario miliardario torni alla ribalta dei media a suon di nuovi traguardi raggiunti.

Gianluca Cimini

Gianluca Cimini - Inizia l’era del riciclo spaziale