Italiano Inglese

Non solo BitCoin, il buon uso della Blockchain nelle catene di distribuzione - di Gianluca Cimini

Nata con l’auspicio di migliorare la visibilità e il controllo sulle merci e prodotti mentre venivano transitati da un punto A ad un punto B, la catena di distribuzione (anche detta supply chain in inglese) è stata fin da subito un successo e ha portato avanti una piccola rivoluzione.
La situazione, da quando ormai due secoli fa si è imposta nel mercato, è cambiata e quelle stesse regole del mercato non sono più attuabili a causa di una produzione aumentata a dismisura e a cicli di approvvigionamento che sono diventati sempre più frammentati, complessi e geograficamente agli antipodi. Per risolvere il problema di una filiera sempre più oscura e difficile da gestire, una nuova tecnologia emergente si appresta a portare, dicono, trasparenza ed efficienza ad un certo numero di diversi settori industriali.
La caratteristica principale delle catene di distribuzione è che possono estendersi per centinaia di stadi e decine di aree geografiche rendendo molto difficile a volte tracciare i singoli eventi o svolgere indagini approfondite su incidenti che possono accadere durante una delle fasi del trasporto, inoltre gli acquirenti finali non possiedono un modo sicuro e affidabile per valutare in maniera chiara il reale valore di un bene acquistato a causa di quella mancanza di trasparenza della catena di fornitura che ci riporta solo il prezzo finale del prodotto, ma non ci dà nessuna informazione precisa sui vari costi di produzione e trasporto dal punto iniziale al punto finale. Per non dimenticare quegli elementi legati alla distribuzione ancora più difficili da valutare come il danno ambientale che si viene a creare nella produzione di merci e prodotti, oppure tutte quelle attività illecite come la contraffazione, il lavoro forzato e le cattive condizioni nelle fabbriche, oppure la crescita di gruppi criminali legati alla gestione di particolari risorse primarie (come il caso del coltan utilizzato per telefoni cellulari e altri prodotti tecnologici).

La nuova tecnologia di cui parlavo si chiama “blockchain” e si presenta come un libro mastro della distribuzione capace di assicurare trasparenza e sicurezza grazie alla registrazione di tutte le operazioni di trasferimento su un registro delle operazioni che identificherebbe tutti i soggetti coinvolti e le informazioni aggiuntive sul prodotto come prezzo, data, luogo, qualità e stato del prodotto che potrebbero essere rilevanti per la gestione della catena di fornitura.
Un registro pubblico e decentralizzato, inoltre, che renderebbe impossibile sia la manipolazione dei dati a proprio vantaggio, sia detenere la proprietà singola del libro contabile. La cosiddetta “catena di blocchi” essendo una base di dati distribuita mantiene in modo continuo una lista crescente di record, i quali, facendo riferimento a record precedenti presenti nella lista stessa, resistono ad eventuali manomissioni.
Sfruttando la tecnologia peer-to-peer ognuno può prelevarlo dal web e diventare un nodo della stessa rete. Nata in stretto contatto con la “criptovaluta” virtuale Bitcoin, la tecnologia “blockchain” per sua natura garantisce un elevato livello di sicurezza e si presta, quindi, ad essere utilizzata in tutti gli ambiti in cui è necessaria una relazione tra più persone proprio perché ogni transazione viene sorvegliata da una rete di nodi che ne garantiscono la correttezza e ne possono mantenere l’anonimato.
Il sistema di “time stamping” decentralizzato, inoltre, non necessita di una sola ed unica risorsa centrale (come un server) ed impedisce che le singoli transazioni una volta effettuate possano essere cancellate o modificate. Tutti possono controllare la catena, ma nessuno la può possedere, in questo è la forza della “blockchain”. Il sistema migliore per garantire sicurezza, visibilità e resistenza nel tempo alle transazioni è semplicemente renderle pubbliche e concatenarle tra loro: più aumentano, inoltre, gli utilizzatori, più l’algoritmo di protezione si rafforza automaticamente.

Nel 2014 venture di tutto il mondo hanno investito circa mezzo miliardo di dollari in startup che applicavano la tecnologia Blockchain a diversi settori. L’interesse è altissimo e si sta spostando dai mercati finanziari, dove è maturato, al resto. C’è già chi scommette che questo sarà il nuovo boom del tech dei prossimi anni. L’interesse aumenta perché comporta un modo completamente nuovo di intendere le relazioni umani, gli scambi commerciali, la tutela del valore prodotto da ognuno. Tale tecnologia è attualmente in prova in molte grandi società: da “IBM”, per gli usi possibili nell’ambito dell’IoT (Internet of Things), a “Everledger” che si occupa di portare trasparenza nel difficile mercato di approvvigionamento di diamanti che da sempre contribuisce ad un commercio legato allo sfruttamento di persone e risorse prime e alimenta diversi scontri violenti specialmente in Africa. Capire come un bene viene prodotto aiuta a promuovere inoltre pratiche più responsabili sul modello di lavoro che tanti lavoratori sono costretti a vivere, aprendo un occhio sul fenomeno della schiavitù e dello sfruttamento di tanti paesi del terzo mondo. La tecnologia del blockchain ha, a mio avviso, proprio quel potenziale per trasformare l’intera catena di produzione e modificare il nostro modo di produrre e commercializzare e consumare i nostri prodotti. Attraverso trasparenza e tracciabilità, ogni prodotto avrà una propria identità nella catena di distribuzione e fornirà informazioni a riguardo facilmente accessibili da tutti con l’augurio che in questo modo anche le nostre economie possano diventare più sicure ed affidabili attraverso una tecnologia che offre una gamma di applicazioni tendenzialmente infinite.

Gianluca Cimini

Non solo BitCoin, il buon uso della Blockchain nelle catene di distribuzione